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Permutation City - Greg Egan

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Academic year: 2021

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Permutation City

Greg Egan

Traduzione: Giancarlo Carlotti

Titolo originale dell'opera:Permutation City

© 1994 Greg Egan © 1998, ShaKe ISBN 88-86926-49-9

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Into a mute crypt, I Can't pity our time Turn amity poetic Ciao, tiny trumpet! Manic piety tutor Tame purity tonic Up, meiotic tyrant! I taint my top cure To it, my true panic Put at my nice riot To trace impunity I tempt an autcry, I Pin my taut erotic Art to epic mutiny Can't you permit it To vite my apt ruin? My true icon: tap it Copy time, turn it; a Rite to cut my pain Atomic putty? Rien!

— Trovato in un blocco d'appunti scartato nella sala comune della guardia psichiatrica del Blacktown Hospital, 6 giugno 2045.

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PROLOGO [RIP, TIE, CUT TOY MAN]

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Giugno 2045

Paul Durham aprì gli occhi, battendo le palpebre per l'inatteso chiarore nella stanza, poi si allungò pigramente per far scivolare la mano nella chiazza di luce al bordo del letto. Il pulviscolo galleggiava nella falda luminosa creata dalle fessure tra le tendine, e ogni granello si presentava al mondo come sollecitato ad apparire e subito scomparire, suscitando un ricordo di quando era bambino, un ricordo dell'ultima volta in cui aveva trovato tanto ipnotica quell'illusione: si trovava sulla soglia della cucina, la luce del pomeriggio tagliava lo spazio, polvere, farina e vapore mulinavano in quel piano di aria luminosa. Ancora frastornato dal sonno, mentre cercava di svegliarsi, di tornare lucido, di rimettere ordine nella sua vita, gli parve sensato affiancare quei due frammenti, ammirare i granelli di polvere accesi dal sole a quarant'anni di distanza e seguire lo scorrere ordinario del tempo da un secondo a quello successivo. Poi la confusione parve dileguarsi.

Paul si sentiva del tutto riposato… e altrettanto riluttante a rinunciare a quello stato di benessere. Non riusciva a immaginare come mai s'era svegliato così tardi e non gli importava granché. Distese le dita della mano sulla coperta calda di sole, accarezzando l'idea di tornare a sprofondare nel sonno.

Chiuse gli occhi, lasciando che la mente si fermasse… poi si riprese, improvvisamente inquieto, senza capire perché. Aveva commesso qualche sciocchezza, una follia, qualcosa che poi avrebbe rimpianto, e parecchio… ma i timori restavano confusi e cominciò a sospettare che fosse soltanto l'umore persistente di un sogno. Cercò di ricordare con chiarezza ma senza grandi aspettative: a meno di non essere catapultato allo stato di veglia direttamente da un incubo, di solito í suoi sogni erano così evanescenti. Eppure…

Balzò fuori dal letto, accucciandosi sulla moquette, i pugni sugli occhi, il volto contro le ginocchia, le labbra che tremavano senza produrre alcun suono. Lo shock della comprensione era palpabile: una ferita rossastra dentro gli occhi, vivida di sangue, come un pollice schiacciato da un martello, colorata dalla medesima miscela di stupore, rabbia, umiliazione e confusione atona. Rieccolo bambino: stringeva tra le dita un chiodo, appoggiato sul legno, certo… ma solo per nascondere le sue vere intenzioni. Aveva osservato suo padre ferirsi in quel modo, e ora sapeva che gli serviva l'esperienza del dolore per considerarne il mistero. Era sicuro che ne sarebbe valsa la pena, sicuro fino al momento in cui aveva calato con decisione il martello.

Si dondolò avanti e indietro, sul punto di scoppiare a ridere, ma intanto cercava di tenere sgombra la testa, in attesa che il panico scomparisse. E alla fine non c'era più, solo per essere sostituito da un pensiero semplice e perfettamente coerente: non voglio stare qua.

Quel che aveva fatto era folle, e doveva rimediare, alla svelta e nel modo meno doloroso. Come poteva aver pensato di giungere a una conclusione diversa?

Poi cominciò a ricordare i dettagli dei suoi preparativi. Era previsto che si sarebbe sentito a quel modo. L'aveva messo in conto. Per quanto male stesse, tutto faceva parte della successione prevedibile delle reazioni. Panico. Rincrescimento. Analisi. Accettazione.

Due su quattro, sin qui tutto bene.

Paul aprì gli occhi, cominciando a guardarsi attorno nella stanza. A parte qualche chiazza accecante di luce solare non schermata, tutto brillava soffuso nell'illuminazione d'ambiente: le pareti di mattoni bianchi opachi, i mobili di mogano in stile (imitazioni dei mobili in stile), persino i manifesti - Bosch, Dalí, Ernst e Giger - sembravano innocui, addomesticati. Dovunque guardasse, l'imitazione era del tutto convincente, perché tale la rendeva la traiettoria del suo sguardo. I raggi di luce ipotetica venivano ripercorsi a partire dai singoli coni e bastoncelli della sua retina simulata e proiettati nell'ambiente

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virtuale per definire esattamente quanto doveva essere incluso: molti dettagli al centro del campo visivo, molti di meno verso l'esterno. Gli oggetti fuori campo non "svanivano" del tutto se influenzavano in qualche modo la luce ambientale, ma Paul sapeva che le elaborazioni sarebbero state attuate raramente oltre le rozze approssimazioni di primo livello: Il giardino delle delizie di Bosch ridotto a un valore di riflessione medio, a un singolo rettangolo grigio, dal momento che ogni dettaglio in più sarebbe stato uno spreco quando lui era di spalle. Tutto nella stanza era perfettamente definito, in un momento dato, quel tanto che serviva a illuderlo… nulla di più, nulla di meno.

Da decenni era al corrente di quella tecnica, però provarla in prima persona era tutta un'altra faccenda. Resistette alla tentazione di girarsi di scatto nell'inutile tentativo di scoprire il processo in atto, ma per un attimo quella sensazione fu insostenibile, soltanto a sapere quel che avveniva ai margini del suo campo visivo. Il fatto che la sua visione della stanza rimanesse immacolata peggiorava ancora più le cose, era una fissazione paranoica irrefutabile: per quanto tu ruoti il capo alla svelta, non riuscirai nemmeno a cogliere di sfuggita quel che ti succede attorno.

Tornò a chiudere gli occhi per qualche secondo. Quando li riaprì, quella sensazione gli parve meno opprimente. Sarebbe svanita senza dubbio, era uno stato mentale impossibile da sopportare a lungo. Di sicuro le altre Copie non avevano riferito nulla di simile, ma del resto nessuno di loro aveva mai fornito dati utili. Dopo aver recriminato contro i maltrattamenti e compianto la propria sorte, si erano terminati, il tutto entro i quindici minuti soggettivi dall'aver ripreso conoscenza.

E questo? In cosa era diverso dalla Copia numero quattro? Più anziano di tre anni. Più testardo? Più determinato? Più disperato nell'intento di riuscire? Così aveva creduto. Se non si fosse sentito più coinvolto che mai, se non fosse stato convinto di essere finalmente preparato a vedere tutto da cima a fondo, non sarebbe mai andato avanti con la scansione.

Ma adesso che "non era più" il Paul Durham in carne e ossa, che "non era più" quello che rimaneva seduto all'esterno a seguire l'intero esperimento a distanza di sicurezza, adesso tutta quella determinazione sembrava essere svanita.

Cos'è che mi rende tanto sicuro di non essere ancora in carne e ossa? Gli rispose la sua risata fiacca, non potendo nemmeno prendere sul serio quell'evenienza. I suoi ricordi sembravano risalire a quando se ne stava sdraiato su una lettiga alla Clinica Landau, mentre í tecnici lo preparavano alla scansione (brutto segno, a prima vista). Ma si sentiva troppo teso, e aveva passato tanto tempo a prepararsi mentalmente a "questo" che forse s'era dimenticato di essere tornato a casa, ancora annebbiato per l'anestesia, sprofondato nel letto a sognare…

Borbottò la password "Abulafia"… e anche l'ultima flebile speranza svanì quando spuntò dal nulla un quadrato nero su bianco, largo un metro, coperto di icone.

Diede una botta irritata alla finestra di interfaccia, che gli oppose resistenza, quasi fosse solida, e quasi fosse solido anche lui. Non gli serviva altro per convincerlo, ma ugualmente si afferrò al bordo superiore per sollevarsi da terra. Se ne pentì subito: il grappolo realistico di effetti di sforzo, compresa la fitta al gomito destro, lo inchiodò al suo "corpo", lo incatenò a quel "posto". Era esattamente quel che avrebbe dovuto evitare.

Si calò a terra con un grugnito. Bra la Copia. Qualunque cosa gli suggerissero i suoi ricordi ereditati, "non era più" umano, non avrebbe mai più abitato il suo corpo reale. Mai più abitato il mondo reale… a meno che il suo originale così poco generoso non raccattasse i soldi per un robot di telepresenza, nel qual caso poteva almeno passare il tempo a caracollare in giro stranito, cercando di raccapezzarsi in quell'incessante sfrecciare di attività umana. Il suo encefalomodello funzionava diciassette volte meno velocemente di quello reale. Già, certo, se teneva duro la tecnologia avrebbe fatto passi avanti, per lui diciassette volte più velocemente che non per l'originale. E intanto? Sarebbe marcito in quella prigione, saltando in mezzo ai cerchi, portando avanti le preziose ricerche di Durham mentre quell'uomo viveva nel

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suo appartamento, spendeva i suoi soldi, andava a letto con Elizabeth.

Paul si appoggiò alla superficie fresca dell'interfaccia, perplesso, in preda alle vertigini, le preziose ricerche di chi? L'aveva tanto desiderato, e si era fatto tutto questo con assoluta consapevolezza. Nessuno l'aveva costretto, nessuno l'aveva ingannato. Conosceva alla perfezione le controindicazioni, ma aveva sperato di possedere la forza di volontà sufficiente (almeno questa volta) per superarle: dedicarsi come un certosino allo scopo per cui era stato fatto nascere, lieto di sapere che l'altro suo sé era libero come non mai.

A ripensarci adesso, quella speranza sembrava ridicola. Sì, aveva preso liberamente quella decisione, e per la quinta volta, ma adesso era impietosamente chiaro che non aveva mai considerato a sufficienza le conseguenze. Per tutto il tempo, passato a "prepararsi" a divenire una Copia, era stato spinto innanzitutto dagli esiti che sarebbero derivati all'uomo rimasto in carne e ossa. Si era convinto che in fondo erano le prove per "arrangiarsi con una libertà di seconda mano", e non c'era dubbio che avesse sinceramente lottato proprio per quello, ma traeva anche un sollievo segreto nel sapere che lui sarebbe "rimasto" sempre all'esterno, che il suo futuro comprendeva comunque una versione senza nulla da temere.

E finché si fosse aggrappato a quella lieta verità, non sarebbe mai riuscito a mandar giù il destino della Copia.

La gente reagiva male quando si risvegliava come Copia. Paul conosceva le statistiche. Il novantotto per cento delle Copie realizzate apparteneva a persone molto anziane e a malati terminali. Gente per cui costituiva l'estrema risorsa, e molti di loro avevano già speso milioni nell'esaurire, una dopo l'altra, tutte le alternative mediche tradizionali, e alcuni erano persino morti nel periodo che andava dalla scansione all'entrata in funzione della Copia vera e propria. Ciononostante, al risveglio il quindici per cento decideva di non farcela a sopportare quella vita, di solito nel giro di poche ore.

E quelli che erano giovani e sani, ma purtroppo molto curiosi, quelli che sapevano di avere all'esterno un corpo perfettamente integro, vivo e respirante?

In quel caso il tasso di rinunce era del cento per cento.

Paul rimase nella stanza, imprecando sottovoce per parecchi minuti, perfettamente consapevole del corso del tempo. Non si sentiva ancora pronto, ma sapeva che più le altre Copie avevano aspettato e più era stata, o sembrata, traumatica quella decisione. Studiò l'interfaccia fluttuante. La sua definizione onirica, allucinatoria aiutava, almeno un po'. Si ricordava raramente i suoi sogni, e non si sarebbe ricordato nemmeno questo, ma non c'era da fare tante tragedie.

Si accorse all'improvviso di essere ancora nudo. La consuetudine, se non il moralistico decoro, lo spingeva a mettersi qualcosa addosso, ma resistette all'impulso. Ancora un paio di azioni assolutamente innocenti, assolutamente comuni come quella, e si sarebbe ritrovato a prendersi sul serio, a credersi reale, rendendo tutto ancor più difficile.

Attraversata la stanza, afferrò per un paio di volte il freddo metallo della maniglia della porta, ma riuscì a trattenersi dal girarla. Non serviva a niente iniziare a esplorare quel mondo.

Però non ce la fece a non guardare dalla finestra. Il panorama della parte settentrionale di Sidney era perfetto: ogni edificio, ogni ciclista, ogni albero appariva del tutto convincente. Ma non era un gran risultato: si trattava di una registrazione, non di una simulazione. Essenzialmente fotografico - aggiungi o togli qualche ritocco e riempitivo computerizzato - e totalmente predeterminato. Per abbassare ulteriormente i costi, solo una sua piccola parte era "fisicamente" accessibile. Poteva vedere il porto in lontananza, ma sapeva che se fosse andato a fare una passeggiata sul bordo dell'acqua…

Basta. Finiamola.

Paul tornò all'interfaccia, premette un'icona del menu, un'utility che generò un'altra finestra davanti alla prima. La funzione che cercava era sepolta a parecchi menu di distanza ma sapeva con esattezza dove cercarla. L'aveva visto fare troppe volte dall'esterno per poterlo dimenticare.

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appeso a un paracadute. Sloggiare, così lo chiamavano tutti, però lui non trovava affatto che fosse un termine nauseabondo. Non si può commettere un "suicidio" se non si è neppure umani sotto l'aspetto legale e formale. Il fatto che l'opzione di fuga fosse stata resa obbligatoria non aveva nulla a che vedere con sfumature tanto problematiche come i "diritti" della Copia: quella richiesta nasceva esclusivamente dalla ratifica di standard internazionali di programmazione chiari e puramente tecnici.

Paul premette l'icona, che entrò in azione recitando una filastrocca di avvertimento. Le prestò scarsa attenzione. Poi l'icona chiese: "Sei assolutamente sicuro di voler chiudere questa Copia di Paul Durham?"

Non significa nulla. Il programma A chiede al programma B di confermare la sua richiesta di terminazione regolare. È solo uno scambio di pacchetti di dati.

"Sì, sono sicuro."

Gli spuntò accanto ai piedi una scatola metallica dipinta di rosso. L'aprì, ne tolse il paracadute e se lo infilò.

Poi chiuse gli occhi e disse: "Ascoltami. Stammi a sentire! Quante volte te lo dovrò ripetere? Io salterò l'angoscia personale. Questo l'hai già sentito dire, e l'hai già ignorato. Non conta come mi sento. Ma, quando la smetterai di perdere tempo, soldi, energie, quando la smetterai di buttar via la tua vita, in qualcosa che non hai la forza di affrontare fino in fondo?"

Paul esitò, cercando di immedesimarsi nel suo originale, di ascoltare quelle frasi, e quasi pianse per la frustrazione. Non sapeva cosa poter dire che suonasse più efficace. Aveva scartato le testimonianze delle sue Copie precedenti, non potendo accettare le loro pretese di conoscere meglio di lui la sua mente. Solo perché erano crollati scegliendo di sloggiare, chi erano loro per affermare che non avrebbe mai creato una Copia che potesse compiere scelte differenti? Doveva solo rinsaldare la sua decisione, e riprovare.

Scosse il capo. "Sono passati dieci anni e non è cambiato niente. Che hai di sbagliato? Sei sempre sinceramente convinto di essere abbastanza coraggioso, o abbastanza pazzo, da fare da cavia a te stesso? ho credi davvero?"

Si interruppe di nuovo, ma solo per un istante. Non si aspettava una risposta.

Con la prima Copia aveva litigato a lungo e con rabbia, ma in seguito non aveva più trovato il coraggio per cose del genere.

"Beh, ho una notizia per te. Non lo credi."

Con le palpebre ancora abbassate, afferrò la leva di sganciamento. Non sono nulla, solo un sogno, un sogno presto dimenticato.

Aveva bisogno di tagliarsi le unghie, che adesso gli affondavano con dolore nel palmo della mano. Aveva mai temuto, in sogno, l'estinzione regalata dal risveglio? Forse, ma un sogno non era la vita. Se poteva "rivendicare" il suo corpo, "rivendicare" il suo mondo soltanto svegliandosi e dimenticando, se era l'unico modo…

Tirò la leva.

Dopo qualche secondo si lasciò sfuggire un singhiozzo soffocato, un rumore più di smarrimento che non dettato dalle emozioni, e aprì gli occhi.

La leva era ancora nella sua mano.

Fissò stolido questa metafora del… di cosa? Di un bug nel software di terminazione? Di un difetto dell'hardware?

Sentendosi davvero all'interno di un sogno (finalmente), si slacciò il paracadute per togliersi il fagotto ripiegato con diligenza.

All'interno non trovò l'illusione della seta, o del kevlar, o di quel che si dovrebbe trovare di solito. Soltanto un foglietto. Un biglietto per lui.

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la sera successiva al completamento della scansione ho riguardato l'intero studio preparatorio del progetto, facendo un esame di coscienza approfondito. E sono giunto alla conclusione che, fino all'ultimo momento, il mio comportamento è stato contaminato dall'ambiguità.

Col senno di poi, ho capito quanto fossero sciocchi i miei scrupoli, ma per te ormai era troppo tardi. Non potevo permettermi di perderti, e farmi scansionare di nuovo. Allora che fare?

Questo: ho ritardato per un po' il tuo risveglio, e intanto ho rintracciato qualcuno che potesse apportare dei cambiamenti alle funzioni dell'ambiente virtuale. So che non è del tutto legale, ma capisci quanto sia importante per me che questa volta tu ce la faccia… che noi ce la facciamo. Sono sicuro che capirai, e che accetterai questa situazione con dignità e con calma.

I miei più sinceri saluti.

Paul Crollò in ginocchio, stringendo tra le dita il biglietto che continuava a fissare incredulo. Non posso aver fatto una cosa del genere. Non posso essere stato tanto crudele.

O no?

Non avrebbe mai potuto fare una cosa del genere a un altro, di questo era convinto. Non era un mostro, un torturatore, un sadico.

E non avrebbe mai proseguito senza l'opzione di uscita come estrema risorsa. Tra le sue ridicole fantasie di stoicismo e la scappatoia che aiutava a restar sano di mente, cioè il riferirsi soltanto alla versione in carne e ossa, tutta la sua filosofia si riduceva a un: se butta male, posso sempre darci un taglio.

Ma quanto a creare una Copia e poi sottrarle la possibilità di scappare, una volta che il futuro di quella non era più il suo futuro, e quindi niente di cui lui potesse aver timore… e razionalizzare questo dirottamento come qualcosa un pelino più grave di un gesto eccessivo di autocontrollo…

Suonava così vero che piegò la testa per la vergogna.

Poi lasciò cadere il biglietto e urlò con tutta la potenza dei suoi polmoni inesistenti: "Durham! Testa di cazzo! "

Paul meditò se cominciare a distruggere i mobili. Invece si fece una lunga doccia calda. In parte per calmarsi, in parte come piccola ritorsione: venti minuti virtuali di calcoli idrodinamici gratuiti avrebbero scocciato oltremodo quell'avaro. Esaminò le gocce e i rivoli sulla sua pelle, cercando qualche minima ma percettibile anomalia al confine tra il corpo, elaborato fino alla risoluzione subcellulare, e il resto della simulazione, modellata in modo molto più approssimativo. Se c'erano delle discrepanze, però, erano troppo fini da scorgere.

Si vestì e fece colazione decisamente in ritardo, infischiandosene di quella resa alla normalità. Che cosa doveva fare? Uno sciopero della fame? Andarsene in giro nudo, imbrattato di escrementi? Aveva una fame da lupo, essendo digiuno da prima della scansione. La cucina era fornita di una riserva letteralmente inesauribile di provviste. Il müsli sapeva esattamente di müsli, il pane tostato esattamente di pane tostato, ma era evidente che di un trucco si trattava sia per il gusto sia per l'aroma. Gli effetti dettagliati della masticazione e l'azione della saliva erano simulati da un insieme di regole empiriche, non generate da principi basilari: non c'erano molecole individuali che si staccavano dal cibo e venivano smantellate dagli enzimi, soltanto una serie approssimativa di valori di concentrazione nutritiva in evoluzione, associati a ogni "pacchetto" microscopico di saliva. Alla fine tutto ciò avrebbe portato a incrementi plausibili nel tasso di aminoacidi, di vari carboidrati e di altre sostanze fino agli umili ioni di sodio e cloro, in "pacchetti" simili di succhi gastrici, che a loro volta avrebbero agito da input per i modelli delle sue cellule dei villi intestinali. Poi, da lì, nel sangue.

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La produzione di feci e urina era un optional - alcune Copie desideravano conservare ogni aspetto possibile della vita fisica - ma Paul aveva preferito farne a meno. (A proposito di imbrattarsi di escrementi.) I suoi rifiuti metabolici venivano fatti sparire per magia molto prima di poter raggiungere la vescica o il retto. Ignorati, annichiliti passivamente. In questo posto per distruggere una cosa bastava scordarsene.

Il caffè lo eccitava, ma lo faceva anche sentire in qualche modo distaccato, come sempre. I neuroni erano modellati fin nei minimi particolari. Qualsiasi recettore alla caffeina e relativi metaboliti, presente in ogni singolo neurone del suo cervello al momento della scansione, era stato incorporato dal suo encefalomodello, in forma semplificata ma equivalente dal punto di vista funzionale.

E la realtà fisica sottostante? Un metro cubo di cristallo ottico silente e immoto, configurato come un grappolo di oltre un miliardo di processori individuali, una tra le centinaia di unità identiche in un caveau sotterraneo… da qualche parte sul pianeta. Paul non sapeva nemmeno in che città si trovasse adesso: la scansione era stata realizzata a Sidney, ma il perfezionamento del modello doveva essere stato appaltato dal nodo locale al miglior offerente del momento.

Prese dal cassetto della cucina un coltello da frutta affilato per praticarsi un taglio superficiale sull'avambraccio sinistro, poi lasciò colare qualche goccia di sangue nel lavello, domandandosi quale programma fosse in grado di rappresentare quella roba. Le emazie sarebbero "morte" lentamente? Oppure si erano già arrese al modello fisiogenerale extrasomatico, di gran lunga troppo poco sofisticato per rappresentarle, per non parlare poi del tenerle "in vita"?

Se avesse provato a tagliarsi le vene dei polsi, a che punto sarebbe intervenuto Durham? Osservò il suo riflesso distorto sulla lama. Con molta probabilità, il suo originale l'avrebbe lasciato crepare, per far poi ripartire da zero l'intero modello, non includendo però il coltello da cucina. Aveva ripercorso centinaia di volte le Copie precedenti, cercando invano di scovare qualche espediente efficace, qualche distrazione che impedisse di aver voglia di sloggiare. Era un segno di testardaggine e niente di più l'aver impiegato tanto tempo ad ammettere la sua sconfitta, riscrivendo le regole.

Paul posò il coltello. Non voleva tentare quell'esperimento. Non ancora.

All'esterno del suo appartamento, tutto era alquanto convincente: l'architettura dell'edificio era riprodotta con discreta fedeltà, fino alle brutte piante di plastica in vaso, ma ogni corridoio era deserto, e ogni porta che dava sugli altri appartamenti sbarrata, nascondendo il nulla letterale. Diede un calcio a una porta, con tutta la forza che poteva. Il legno parve cedere appena, ma quando esaminò la superficie la vernice non sembrava nemmeno scalfita. Il modello non avrebbe ammesso nessun danno lì dentro, e le leggi della fisica potevano anche andare a farsi fottere.

Per strada c'erano pedoni e ciclisti, tutte banali registrazioni. Erano più solidi che spettrali, però era uno strano genere di solidità. Inarrestabili, impossibilitati a deviare, sembravano robot infinitamente forti, infinitamente distaccati. Paul si prese un passaggio provvisorio sulla schiena di una vecchia, che se lo portò in giro noncurante. I vestiti, la pelle, persino i capelli dell'anziana offrivano la medesima sensazione: duri come metallo. Però non erano freddi. Neutri, ecco.

La strada doveva servire solo come carta da parati tridimensionale. Quando le Copie interagivano tra di loro, spesso utilizzavano ambienti registrati di bassa qualità, occupati da folle puramente decorative. Piazze, parchi, caffè all'aria aperta, tutto molto rassicurante, non v'è dubbio, quando stai combattendo contro isolamento e claustrofobia. Le Copie potevano ricevere visitatori esterni realistici soltanto se avevano amici e parenti disposti a rallentare i loro processi mentali di diciassette volte. Quasi tutti i parenti ligi al dovere preferivano scambiarsi videoregistrazioni. Chi mai desiderava passare un pomeriggio col nonno, quando ti bruciava una mezza settimana di vita? Paul aveva cercato di chiamare Elizabeth dal terminale dello studio che gli doveva garantire accesso al mondo esterno tramite le reti informatiche di comunicazione. Però, come previsto, Durham aveva sabotato anche quello.

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Quando raggiunse l'angolo, l'illusione ottica della città continuò in lontananza, ma non appena cercò di muoversi lungo la strada, il selciato di cemento sotto i suoi piedi iniziò a comportarsi come un tappeto rotante, facendolo scivolare all'indietro alla velocità esatta che lo manteneva fermo sul posto qualunque andatura adottasse. Indietreggiò di qualche passo per cercare di saltare oltre la zona interessata, ma la sua velocità orizzontale si dissipò, senza la minima pretesa di giustificazione "fisica", facendolo atterrare esattamente nel mezzo del tappeto rotante.

Ovviamente, la gente della registrazione riusciva a varcare quel confine con naturale facilità. Un uomo puntò dritto verso di lui. Paul non si fece da parte e si trovò proiettato in una regione improvvisamente vischiosa, l'aria tutt'intorno diventò rigida in modo quasi doloroso e prima che lui riuscisse a scivolare di lato verso la libertà.

Sospettava che riuscire a infrangere quella barriera lo potesse in un certo senso "liberare", ma sapeva anche che era assurdo: pur riuscendo a trovare una falla nel programma che gli permettesse di passare, avrebbe tutt'al più guadagnato dei dintorni sempre meno realistici. La registrazione poteva contenere informazioni complete solo per punti di vista interni a una zona data e definita; "evadere" era una regione in cui la città sarebbe stata gremita di distorsioni e omissioni, per finire in una dissolvenza in nero.

Si ritrasse dall'angolo, scoraggiato e insieme divertito. Cosa aveva sperato di scoprire? Una porta al confine del modello, con su scritto Uscita, per accedere alla realtà? Delle scale che scendessero metaforicamente verso qualche rappresentazione sul tipo "locale delle caldaie nelle fondamenta di quel mondo", dove poter far scattare un interruttore e far saltare tutto per aria? Non aveva il diritto di lamentarsi del luogo, era esattamente quel che aveva ordinato lui.

E aveva anche programmato un magnifico giorno di primavera. Paul chiuse gli occhi e rivolse il viso al sole. Nonostante tutto, era difficile non trovare conforto nel calore che gli sfiorava la pelle. Stirò i muscoli delle braccia, delle spalle, della schiena… e gli parve di estendersi da "sé", nel suo cranio virtuale, verso tutta la sua carne matematica, imprimendo significato nei dati nebulosi, legando il tutto, accampando qualche genere di diritto. Sentì il fremito di un'erezione. Quell'esistenza iniziava a sedurlo. Si permise di cedere per un attimo a una sensazione viscerale di identità che spazzò via tutte quelle pallide immagini mentali di processori ottici, tutte le sue riflessioni astratte sulle approssimazioni e le scorciatoie del programma. Questo corpo non voleva evaporare. Questo corpo non voleva fuggire. Non importava granché che altrove ci fosse un'altra sua versione, "più reale". Voleva mantenere la propria integrità. Voleva durare.

E se questa era soltanto un'imitazione della vita, c'era sempre una possibilità di miglioramento. Forse sarebbe riuscito a convincere Durham a rimettere in funzione gli strumenti di comunicazione, sarebbe già stato qualcosa. E quando si fosse annoiato di librerie, sistemi d'informazione e database? E i fantasmi dei ricchi vegliardi, se mai qualcuno di loro si fosse degnato di incontrarlo? Poteva sempre farsi sospendere fino a quando la velocità di elaborazione dati fosse riuscita a eguagliare la realtà, e allora la gente sarebbe stata in grado di fargli visita senza rallentamenti, quando sarebbe valsa la pena di abitare dentro i robot di telepresenza.

Aprì gli occhi, rabbrividendo nella calura. Non sapeva più quel che voleva, la possibilità di sloggiare, di dichiarare finito il brutto sogno, oppure la possibilità dell'immortalità virtuale. Però doveva accettare che c'era solo un modo per fare sua quella scelta.

Disse sottovoce: "Non ti farò da cavia. Collaboratore, questo sì. Partner alla pari. Se vuoi la mia collaborazione, allora dovrai trattarmi come un collega, non come uno strumento. Mi hai sentito?"

Di fronte a lui si aprì una finestra. Rimase scosso da quello spettacolo, non tanto per il suo gemello prevedibilmente pieno di sé, quanto per la stanza che gli stava alle spalle. Era solo il suo studio, e del resto s'era aggirato impassibile fino a pochi minuti prima nel suo equivalente virtuale. Però questa era la prima occhiata che riusciva a gettare sul mondo reale, in tempo reale. Si avvicinò alla finestra nella speranza di scorgere se c'era qualcun altro nella stanza. (Elizabeth?) Ma l'immagine era bidimensionale,

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e la prospettiva rimase immutata mentre si accostava.

Il Durham in carne e ossa emise un breve squittio stridulo, poi attese con palese impazienza mentre una seconda finestra più piccola forniva a Paul una replica rallentata, più bassa di quattro ottave. "Certo che ho capito! Siamo collaboratori. Giustissimo. Uguali. Non desidero altro. Cerchiamo le stesse cose, no? Abbiamo tutti e due bisogno di trovare delle risposte alle stesse domande."

Paul stava già per ricredersi. "Forse."

Ma Durham non era interessato ai suoi scrupoli.

Squit. "Lo sai bene! Lo aspettiamo da dieci anni… e adesso sta finalmente per accadere. E possiamo cominciare appena sei pronto."

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PARTE PRIMA

LA CONFIGURAZIONE

GIARDINO DELL'EDEN

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1 [REMIT NOT PAUCITY]

Novembre 2050

Erano sei giorni di fila che Maria Deluca passava accanto alla buca puzzolente di Pyrmont Bridge Road, ogni volta certa, mentre si avvicinava, di essere accolta dalla visione rassicurante di una squadra all'opera per riparare i danni. Sapeva bene che quell'anno non c'erano soldi per i lavori stradali e le riparazioni fognarie, ma un collettore esploso costituiva un grave rischio sanitario, non poteva credere che lo ignorassero così a lungo.

Il settimo giorno il puzzo era tale, già da mezzo chilometro di distanza, da indurla a deviare per una strada laterale, decisa ad adottare un tragitto alternativo.

Quella parte della Pyrmont era uno spettacolo desolante. Non tutti i magazzini erano vuoti, non tutte le fabbriche erano state abbandonate ma tutti sfoggiavano la medesima aria negletta, la stessa vernice scrostata e i mattoni scheggiati. Mezza dozzina di isolati più a ovest svoltò di nuovo, trovandosi davanti una visione di giardini in fiore, statue di marmo, fontane e boschetti di ulivi che si estendevano a perdita d'occhio sotto un cielo azzurro sgombro da nubi.

Maria prese a pedalare più velocemente, senza riflettere, quasi illudendosi per qualche secondo di essersi imbattuta in una specie di parco, un segreto insperabilmente sopravvissuto in quell'angolo disastrato della città. Poi, mentre l'illusione svaniva, squarciata dalla pura e semplice implausibilità quanto dall'evidenza di alcuni dettagli, Maria continuò a pedalare ostinata, come a cercare di far sparire le imperfezioni e le contraddizioni in una macchia confusa. Frenò appena in tempo, salendo sullo stretto marciapiede in fondo al vicolo. La ruota anteriore della bicicletta si fermò a pochi centimetri dalla parete del magazzino.

Da così vicino il murale era tutt'altro che impressionante, le pennellate si distinguevano con chiarezza, la prospettiva era evidentemente sfalsata. Maria fece marcia indietro, e non dovette arretrare di molto per scoprire come mai si era fatta ingannare. A una distanza di una ventina di metri il cielo dipinto sembrava fondersi di colpo con quello vero. Con uno sforzo consapevole riuscì a far riapparire il bordo, ma era dura impedire a quella minima differenza di tonalità di sfumare davanti ai suoi stessi occhi, come se qualche sottosistema sepolto nella corteccia ottica avesse deciso di dare scarso peso alla nozione improbabile di una parete azzurro cielo e stesse collaborando attivamente all'inganno. Ancora più indietro, l'erba e le statue iniziarono a perdere la loro bidimensionalità, il loro aspetto artificiale e, all'altezza dell'angolo in cui Maria aveva svoltato, ogni elemento della composizione tornava al suo posto, il vialetto centrale del murale sembrava convergere verso il medesimo punto di fuga della strada interrotta.

Trovato il punto d'osservazione ottimale, Maria rimase lì per un pezzo, appoggiata alla sua bici. Il sudore sulla nuca si raffreddò nella brezza leggera, ma fu un momento, poi il sole del mattino ricominciò a picchiare. Era uno spettacolo emozionante, e la confortava pensare che gli artisti locali si fossero sforzati così tanto per ammorbidire il grigiore del quartiere. Eppure Maria non poteva fare a meno di sentirsi ingannata. Non le importava di averci creduto. Quel che le bruciava era il fatto di non potersi più ingannare. Poteva star lì ad ammirare la maestria dell'illusione per tutto il tempo che le pareva, ma nulla le avrebbe restituito quell'attimo di esaltazione provato nell'essere presa in giro.

Se ne andò.

A casa, Maria tolse le cibarie dalla sacca, poi sollevò la bici, agganciandola al supporto che pendeva dal soffitto del salotto. L'edificio a schiera, vecchio di centoquarant'anni, era costruito a forma di scatola: alto due piani, ma largo appena da contenere una scala. In origine faceva parte di una schiera di otto case.

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Le prime quattro erano state sventrate e ristrutturate in uffici da un'équipe di architetti, le altre tre erano state demolite a cavallo dell'ultimo secolo per far spazio a una strada mai costruita. L'unico edificio sopravvissuto era stato risparmiato per volontà di una stravagante normativa sul patrimonio storico, e Maria l'aveva comprato a un quarto di quel che costavano gli appartamenti moderni più a buon mercato. Le piacevano quelle proporzioni strambe, ed era certa che con più spazio a disposizione non si sarebbe sentita altrettanto a proprio agio. Aveva ben chiara nella mente l'immagine della pianta e degli interni della casa quanto ce l'aveva del proprio corpo, e non le sembrava di aver mai lasciato fuori posto anche il più piccolo oggetto. Non voleva condividere la sua abitazione con nessuno, eppure ad averla tutta per sé le pareva di compromettere il giusto equilibrio tra bisogni territoriali e organizzativi. Era convinta che le case esistessero per essere considerate dei veicoli, statici da un punto di vista fisico ma mobili per logica. E comunque, se paragonata a una capsula spaziale monoposto, le dimensioni della sua "scatola" erano più che abbondanti.

Al piano di sopra, nella camera da letto che le faceva anche da ufficio, Maria accese il terminale per dare un'occhiata al sommario dei ventuno messaggi pervenuti dall'ultima volta che aveva scaricato la posta. Tutti erano etichettati come "spazzatura", non c'era niente da persone che conosceva, e niente che somigliasse anche lontanamente a un'offerta di lavoro retribuito. Occhio di cammello, il suo programma di selezione, aveva identificato sette richieste di donazione da enti di beneficenza (tutte cause nobilissime, ma Maria aveva fortificato il proprio cuore), cinque inviti a partecipare a lotterie e competizioni, sei cataloghi al dettaglio (e tutti e sei si proponevano come soluzioni modellate sulla sua personalità e sulle sue "attuali esigenze di vita", ma Occhio di cammello ne aveva scandagliato i contenuti senza trovare niente di interessante) e tre interattivi.

La posta audiovisiva "muta" era tutta in formati standard trasparenti, ma gli interattivi erano programmi eseguibili, un codice macchina con dati crittati di brutto, progettati volutamente perché fosse più facile per un umano comunicare che non esaminarli e sunteggiarli per un programma di selezione. Occhio di cammello aveva passato tutti e tre gli interattivi (su una macchina virtuale a doppio vaccino, una simulazione di computer che faceva passare una simulazione di computer) cercando di indurli a mostrarsi come avrebbero fatto dinanzi alla propria destinataria: Maria. Due programmi di vendita (fondi pensione e assicurazione sanitaria) c'erano cascati, ma il terzo era riuscito a dedurre il vero ambiente chiudendosi a riccio prima di rivelare qualsiasi cosa. In teoria, per Occhio di cammello era comunque possibile analizzare il programma e scoprire cosa contenesse, se anche fosse riuscito a eludere la selezione, ma in pratica gli ci sarebbero volute delle settimane. La scelta, perciò, consisteva nel cestinarlo alla cieca o ascoltare di persona.

Maria avviò l'interattivo. Sul terminale comparve il viso di un uomo che la guardò negli occhi e sorrise cordialmente, e Maria si accorse con stupore di quanto "lui" somigliasse ad Aden. Era sufficiente a scatenare una scintilla di comprensione che poi la propria maschera preparata per Occhio di cammello avrebbe nascosto? Provò una sensazione di irritazione mista ad ammirazione sconsolata. Non aveva mai vissuto con Aden, ma di sicuro le agenzie di infoanalisi collegate all'utilizzo di carte di credito nei ristoranti o altro riuscivano a individuare anche le relazioni che non implicavano la convivenza. Da decenni, ormai, si ricercavano i collegamenti utili tra consumatori, ma usufruire dei dati in quel modo, come test di realtà, era una novità assoluta.

La réclame pubblicitaria, convinta a ragione di ritrovarsi faccia a faccia con un essere umano, attaccò la solita solfa che si era rifiutata di cantilenare al suo delegato digitale. "Maria, so che il tuo tempo è prezioso, ma spero che tu abbia qualche secondo per ascoltarmi." Si interruppe per un istante, per farle comprendere che quel silenzio era il surrogato di un assenso. "So anche quanto tu sia intelligente e perspicace, una donna che non ha il minimo interesse per le superstizioni confuse e irrazionali del passato, per le favolette che hanno consolato l'umanità durante la sua infanzia." Maria si domandò a cosa volesse arrivare. L'interattivo riconobbe nella sua espressione un minimo interesse, visto che lei non

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s'era premurata di nascondersi dietro alcun filtro, e si precipitò a trovare un aggancio. "Però nessuna persona realmente intelligente scarterebbe un'idea senza prendersi la briga di valutarla, con scetticismo ma anche con giustizia, e qui alla Chiesa del Dio che non fa differenze…"

Maria puntò due dita contro l'interattivo, che si spense subito. Si chiese se poteva essere stata sua madre a metterle la Chiesa alle calcagna, ma era improbabile. Dovevano aver bersagliato in automatico la famiglia del nuovo membro. Se gliel'avessero chiesto direttamente, Francesca avrebbe risposto che perdevano tempo e basta.

Maria chiamò Occhio di cammello per dirgli: "Aggiornami la maschera perché reagisca come ho fatto durante quello scambio di battute".

Seguì una breve pausa. Maria immaginò i parametri di potenziamento sinaptico manipolati nella rete neurale della maschera, mentre l'algoritmo di addestramento andava a caccia dei valori che garantissero la risposta richiesta. Pensò: se vado avanti così, la maschera finirà per somigliarmi come una Copia in piena regola. E che senso ha risparmiarsi dal disagio di parlare con la posta pubblicitaria se non lo fai? Era un concetto assai sgradevole, ma le maschere erano meno sofisticate delle Copie di alcuni ordini di grandezza, avevano tanti neuroni quanto un pesce rosso, organizzati in maniera decisamente poco umana. Preoccuparsi della loro "esperienza" era ridicolo quanto sentirsi in colpa per l'eliminazione della posta spazzatura.

Occhio di cammello comunicò: "Fatto".

Erano solo le 8:15. Aveva tutta la giornata davanti, che prometteva solo bollette. Senza più un lavoro a contratto da due mesi, Maria aveva scritto una mezza dozzina di pezzi di software di consumo, più che altro degli upgrade di sorveglianza domestica, teoricamente fin troppo richiesti. Fino a quel momento non ne aveva venduto nemmeno uno. Qualche migliaio di persone aveva letto la voce in catalogo, ma nessuno s'era deciso a scaricarla. La prospettiva di imbarcarsi in un altro progetto similare non era del tutto elettrizzante, ma non aveva quasi alternative. E una volta passata la recessione, appena la gente avrebbe ricominciato a comprare, il suo sarebbe stato tempo ben speso.

Però prima doveva tirarsi su di morale. Se avesse lavorato in Autoverso anche solo per una mezz'oretta, fino alle nove al massimo, dopo sarebbe stata in grado di affrontare il resto della giornata.

Ma per una volta poteva tentare di affrontare il resto della giornata senza rovinarsi. L'Autoverso era solo uno spreco di denaro, oltre che di tempo, un hobby che avrebbe potuto permettersi solo se le cose le fossero andate meglio, ma adesso, così come stava, era un vizio e basta.

Maria mise fine alla sua indecisione nel solito modo. Si attaccò al suo conto Joint Supercomputer Network, pagando una tassa di cinquanta dollari per il privilegio che adesso doveva mettere a profitto. Si infilò i dataguanti e premette un'icona sullo schermo piatto del terminale, una rappresentazione schematica di un cubo. Lo spazio tridimensionale di fronte allo schermo si animò e i suoi bordi furono evidenziati da una fine rete olografica. Per un secondo le parve di aver affondato la mano in una specie di gorgo invisibile: i campi magnetici afferrarono il guanto torcendolo, mentre le scariche di avvio tiravano a caso le bobine di ogni articolazione, fin quando i circuiti elettronici raggiunsero l'equilibrio e un messaggio lampeggiò nel bel mezzo dello spazio di lavoro: Adesso puoi usare i guanti.

Maria premette un'altra icona, una vampata contrassegnata come Fiat. L'unico effetto visibile fu la comparsa di una piccola finestra di menu in basso, eppure, per il gruppo di programmi che aveva attivato, il cubo di aria trasparente di fronte al terminale corrispondeva a un piccolo universo vuoto.

Maria richiamò una piccola molecola di nutrosio, rappresentata come un classico modellino di palle e tubi, poi le impartì una leggera rotazione con un colpo dell'indice guantato. I vertici dell'anello esagonale corrugato zigzagavano sopra e sotto il piano medio della molecola. Uno dei vertici era un atomo azzurro bivalente, legato ai suoi vicini soltanto all'interno dell'anello, gli altri cinque erano tutti dei verdi tetravalenti, a cui restavano due valenze libere per altri legami. Ogni verde era unito a un piccolo rosso monovalente, sopra se il vertice era sollevato, sotto se era abbassato, e quattro facevano spuntare anche

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dei brevi aghi orizzontali, costituiti da un azzurro e da un rosso che si allontanavano dall'anello. Il quinto verde tratteneva invece un gruppo di atomi: un verde con due rossi e il proprio ago rosso-blu.

Il software di visualizzazione presentava la molecola come discretamente solida, mettendo in conto anche gli effetti della luce ambientale. Maria la guardò ruotare sulla scrivania, ammirandone le forme non del tutto simmetriche, pensando che un chimico della realtà, dopo averci dato un'occhiata, avrebbe commentato: Glucosio. Il verde è il carbonio, l'azzurro l'ossigeno, il rosso l'idrogeno… no? No. Sarebbero rimasti a guardare per un po'. Si sarebbero infilati i guanti per palpare ben bene l'impostore, avrebbero arraffato un goniometro dalla scatola degli strumenti per misurare qualche angolo, invocato tavole delle energie di formazione dei legami e modi vibrazionali, forse avrebbero chiesto perfino di vedere gli spettri di risonanza magnetica nucleare (non disponibili o, per dirla in modo meno evasivo, non applicabili). Alla fine, mentre albeggiava in loro la comprensione della bestemmia, avrebbero tolto le mani dal macchinario infernale, per schizzare fuori dalla stanza urlando: "C'è solo la tavola periodica di Mendeleev! Esiste solo la tavola periodica di Mendeleev!".

L'Autoverso era un universo "giocattolo", un modello computerizzato che obbediva a proprie "leggi fisiche" semplificate, leggi molto più facili da affrontare matematicamente delle equazioni della meccanica quantistica del mondo reale. In questo universo stilizzato potevano esistere gli atomi, ma erano un tantino differenti dalle loro controparti reali. L'Autoverso non era simulazione fedele del mondo reale più di quanto il gioco degli scacchi lo fosse della guerra medievale. Però, agli occhi di molti chimici della realtà, era molto più insidioso degli scacchi. La falsa chimica che conteneva era sin troppo ricca, complessa, seducente.

Maria allungò di nuovo le mani nello spazio di lavoro per fermare la rotazione della molecola e staccare con destrezza sia il singolo rosso che l'ago rosso-blu da uno dei verdi, quindi li riattaccò, scambiati, in modo che adesso puntassero verso l'alto. Il feedback tattile e di forza dei guanti, l'immagine al laser della molecola e i fiochi click che potevano essere rumore di plastica su plastica mentre sistemava al loro posto gli atomi - si combinarono a creare l'impressione evidente e convincente di manipolare un oggetto tangibile costituito di sfere e bastoni solidi.

Era facile lavorare col modello virtuale palla-e-tubo, ma quel comportamento placido tra le sue mani non aveva nulla a che vedere con la fisica dell'Autoverso, temporaneamente sospesa. Solo quando lei allentava la presa sulla molecola, a questa era concesso di esprimere la sua dinamica, oscillando pazzamente mentre gli scossoni indotti dall'alterazione venivano redistribuiti da atomo ad atomo, fino a trovare una nuova geometria di equilibri.

Maria osservò quella risposta condizionata con una frustrazione che le era ormai familiare. Non sarebbe mai riuscita ad accettare le regole di manipolazione, per quanto comode fossero. Aveva riflettuto sulla possibilità di ideare una modalità interattiva più autentica, che offrisse la possibilità di sentire come poteva essere afferrare una molecola di Autoverso, interrompere e ricostituire i suoi legami, invece di ritrovarsi con della plastica simulata al tocco di un guanto. Il problema era: se una molecola obbedisce soltanto alla fisica dell'Autoverso, alla logica interna del modello informatico autonomo, come poteva lei interagirci al di fuori del modello? Costruendo delle minuscole protesi nell'Autoverso, che agissero da telemanipolatori? Costruirle con cosai Non esistevano molecole abbastanza minute da poter creare elementi tanto sofisticati in quella scala. I più piccoli polimeri rigidi che potessero reagire come "dita" sarebbero stati di uno spessore pari alla metà dell'anello di nutrosio. E comunque, anche se la molecola bersaglio fosse stata libera di interagire con questi surrogati di "mani" secondo la semplice fisica dell'Autoverso, non ci sarebbe stato nulla di autentico nel modo in cui le mani in sé e per sé seguivano per magia i movimenti dei guanti. Maria non intravedeva alcun piacere nel limitarsi a spostare il punto in cui rompere le regole… e da qualche parte le regole dovevano essere infrante. Manipolare i contenuti dell'Autoverso significava violare le sue leggi. Era evidente, ma era anche il motivo della sua

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frustrazione.

Registrò lo zucchero modificato, chiamandolo con ottimismo mutosio. Poi, aumentata la scala dimensionale nell'ordine del milione, avviò ventun piccole colture di Autobacterium lamberti in soluzioni che andavano dal nutrosio puro alla miscela al 50% fino al mutosio al 100%.

Rimase a guardare una serie di terreni di coltura che galleggiavano nello spazio di lavoro. Il loro contenuto era rappresentato con colori che ritraevano e diversificavano lo stato di salute dei batteri. "Colori falsi", ma era una definizione tautologica. Ogni immagine dell'Autoverso era necessariamente stilizzata: una mappa a codice colore che mostrava gli aspetti selezionati della zona in questione. Alcuni panorami risultavano più astratti, più processati di altri, nel senso in cui una carta della Terra, con un codice colore che indica lo stato di salute delle popolazioni, sarebbe probabilmente più astratta di una che ne mostra i rilievi o le precipitazioni. L'ideale, tipico del mondo reale, di una visione a occhio nudo non adulterata era banalmente intraducibile.

Qualche coltura stava già assumendo un aspetto decisamente malandato, sfumando dal blu elettrico al marrone opaco. Maria richiamò il grafico tridimensionale che rapportava la popolazione con il tempo per l'intera serie di miscele nutrienti. Come prevedibile, le colture con appena una traccia della sostanza nuova stavano crescendo al passo del campione controllo. Coll'aumentare dell'apporto di mutosio la crescita rallentava gradualmente, fino a che la popolazione rimaneva a un livello di staticità attorno alla linea dell'85%. Oltre quella, si ottenevano traiettorie sempre più ripide verso l'estinzione. In piccole dosi il mutosio provocava effetti irrilevanti, ma a concentrazione maggiore diventa pericoloso. Era abbastanza simile al nutrosio, nutrimento solito dell'A lamberti, da essere assunto mediante processo metabolico, entrando in competizione per i medesimi enzimi e legandosi a preziose fonti biochimiche, ma infine raggiungendo un punto in cui quell'unica protezione rosso-blu costituiva una barriera insormontabile alla geometria delle reazioni, lasciando al batterio soltanto un sottoprodotto inutile e una perdita netta di energia. Una coltura col 90% di mutosio era un universo in cui il 90% delle riserve alimentari non possedeva alcun valore nutritivo, ma che veniva ugualmente ingerito assieme al 10% utile. Assumerne dieci volte tanto per ottenere il medesimo risultato non era una soluzione utile. Se intendeva protrarsi nel lungo termine, l'A. lamberti doveva procurarsi i mezzi per scartare il mutosio prima di perdere energia o, ancor meglio, trovare il modo di convertirlo in nutrosio, da veleno virtuale a fonte di nutrimento.

Maria aprì un istogramma delle mutazioni che si verificavano nei tre geni nutrosio-epimerasi del batterio. Gli enzimi codificati da questi geni erano quanto di più simile allo strumento con cui l'A. lamberti poteva rendere digeribile il mutosio, sebbene nessuno fosse in grado di compiere quel lavoro nella sua forma originale. Nessun mutante, fino a quel momento, era ancora riuscito a resistere per più di un paio di generazioni: tutti i cambiamenti avevano portato più danni che vantaggi. Alcune sequenze parziali dei geni mutanti sfilarono all'interno di una finestrella. Maria osservò la macchia confusa di codoni, sollecitando mentalmente il processo, se non direttamente verso il centro del bersaglio (neppure immaginando quale potesse essere), perlomeno… al suo esterno, nello spazio di tutti gli errori possibili.

Pensiero gradevole. Peccato però che alcune porzioni di gene fossero costituzionalmente più propense a specifici errori di duplicazione, così che la maggior parte dei mutanti "esplorava" a ripetizione gli stessi vicoli ciechi.

Era facile predisporre l'A. lamberti alla mutazione. Come un batterio del mondo reale, commetteva frequenti errori a ogni duplicazione del suo analogo di Dna. Persuaderlo a mutare in forma "utile", era tutta un'altra storia. Lo stesso Max Lambert, l'inventore dell'Autoverso, il creatore dell'A. lamberti -l'idolo di un'intera generazione di fanatici dell'automazione cellulare e della vita artificiale - aveva impiegato gli ultimi quindici anni della sua esistenza a cercare di scoprire come mai le sottili differenze tra mondo reale e Autoverso rendessero tanto banale la selezione naturale in un sistema e pressoché inesistente nell'altro. Quando erano stati esposti alle sollecitazioni ambientali che un'Escherichia coli

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avrebbe sfruttato nel giro di qualche decina di generazioni, i vari ceppi di A. lamberti si erano lasciati morire e basta.

Soltanto qualche entusiasta immarcescibile continuava tuttora le ricerche di Lambert. Maria conosceva, sì e no, settantadue persone in tutto che potevano avere una minima idea di quel che ne sarebbe derivato, se lei ce l'avesse fatta. Al momento, il sistema della vita artificiale era dominato dallo studio delle Copie, creature composite, mosaici di decine di migliaia di differenti regole apposite, e cioè l'esatta antitesi di quel che rappresentava l'Autoverso.

La biochimica del mondo reale era troppo complessa da simulare in ogni suo minimo dettaglio, anche nel caso di un'unità organica grande quanto un moscerino, figuriamoci poi di un essere umano. I computer potevano modellare tutti i processi vitali, ma non su tutte le scale, dall'atomo all'organismo, nello stesso tempo. Perciò il settore era stato ripartito in tre campi di ricerca. In uno, i biochimici molecolari tradizionali continuavano ad ampliare i loro calcoli meticolosi, risolvendo l'equazione di Schrödinger con esattezza maggiore o minore per ogni sistema superiore, avanzando fino a interi filamenti replicanti di Dna, subassemblaggi mitocondriali integrali, blocchi significativi del gigantesco reticolo di carboidrati di una parete cellulare, ma utilizzavano sempre più tempo e lavoro computer ottenendo risultati sempre minori.

Al limite della scala c'erano le Copie: potenziamenti sofisticati delle simulazioni anatomiche integrali, progettate in origine per addestrare i chirurghi nelle operazioni virtuali e per sostituire gli animali di laboratorio nelle sperimentazioni di farmaci. La Copia era una specie di Tac ad alta risoluzione dotata di vita, collegata a un'enciclopedia medica - che stabiliva il comportamento di organi e tessuti - e che si muoveva all'interno di una simulazione architettonica al più lato livello di sofisticazione. Una Copia non possedeva atomi e molecole, ogni organo del suo corpo virtuale esisteva sotto forma di sottoprogramma specializzato che conosceva (con precisione enciclopedica ma non atomica) il funzionamento di un vero fegato o di un cervello, ma che non era in grado di risolvere l'equazione di Schrödinger nemmeno per una singola molecola proteica. Tutta fisiologia, niente fisica.

Lambert e seguaci avevano occupato il campo intermedio, inventando una nuova fisica, abbastanza semplice da permettere a parecchie migliaia di batteri di inserirsi in una modesta simulazione al computer, con una gerarchia di dettagli solida e continua che arrivava fino alla scala subatomica. Tutto era costruito muovendo dalle basi, dal livello inferiore delle leggi della fisica, proprio come nel mondo reale.

Il prezzo di tanta linearità era che un batterio di Autoverso non si comportava necessariamente come il suo corrispettivo del mondo reale. L'A. lamberti aveva il difetto di eludere le aspettative classiche in maniera bizzarra e imprevedibile, e per molti microbiologi seri questo era sufficiente a renderlo del tutto inutile.

Invece per gli Autoversodipendenti costituiva l'elemento di ricerca più interessante.

Maria spostò i grafici che le nascondevano i terreni di coltura, poi zummò su una coltura in buona forma, finché tutto lo spazio fu occupato da un unico batterio. La sua colorazione lo indicava come "sano", un grumo informe azzurrino che, anche utilizzando una mappa chimica standard, non mostrava strutture specifiche, a parte la membrana cellulare. Niente nucleo, niente organelli, niente ciglia. L'A. lamberti era soltanto un sacco di citoplasma. Armeggiò con la rappresentazione, facendo apparire i fili sottili dei cromosomi dipanati, evidenziando i tratti in cui avveniva la sintesi proteica, rendendo visibili i gradienti di concentrazione del nutrosio e dei suoi metaboliti immediati. Immagini costose dal punto di vista della capacità di calcolo. Si maledisse (come sempre) per il denaro che scialava, ma (come sempre) non riuscì a chiudere il software analitico essenziale (e l'Autoverso): non poteva restarsene buona, guardando per aria in attesa di un risultato.

Perciò zummò, passando ai colori atomici (lasciando però invisibili le onnipresenti molecole di aqua), bloccando il tempo in via transitoria per interrompere lo scorrere indistinto del moto termico, poi

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ingrandì ancora fino a quando le chiazzette sfumate - sparpagliate lungo tutto lo spazio di lavoro - si definirono nei grovigli intricati dei lipidi a lunga catena, dei polisaccaridi, dei peptoglicani. Nomi rubati senza modificazione ai loro analoghi reali, ma vaffanculo, chi aveva voglia di passare la vita a escogitare un'intera nomenclatura biochimica nuova di zecca? Maria era già abbastanza stupita che Lambert fosse riuscito a trovare colori distinguibili per tutti i trentadue atomi dell'Autoverso, correlati a nomi poco ambigui.

Passò in rassegna quella distesa di molecole complicate, tutte sintetizzate dall'A. lamberti partendo esclusivamente da nutrosio, aqua, pneuma, più qualche altro elemento in tracce. Non riuscendo a trovare molecole di mutosio, richiamò il Diavoletto di Maxwell, chiedendo di trovarne una. Il ritardo percettibile nella risposta del programma le faceva immaginare la straordinaria quantità di informazione con cui si stava trastullando, e la sua struttura organizzativa. Una simulazione biochimica tradizionale sarebbe stata costretta a tener conto di ogni molecola, e le avrebbe potuto mostrare quasi all'istante l'esatta posizione del più vicino zucchero alterato. Per una simulazione tradizionale, questo catalogo di molecole sarebbe stato la "verità definitiva", non sarebbe esistito nulla se non per entrare nel Grande elenco. In contrasto, la "verità definitiva" dell'Autoverso era una vasta schiera di cellule cubiche di dimensioni subatomiche, e il software primario trattava solo queste cellule, ignorando le strutture più grandi. Gli atomi nell'Autoverso erano come gli uragani nel modello atmosferico, soltanto molto più stabili: scaturivano dalle semplici regole che governavano gli elementi più piccoli del sistema. Non c'era bisogno di calcolare esplicitamente il loro comportamento, le leggi che governavano le cellule singole guidavano tutto quel che succedeva ai livelli più alti. Ovvio, si poteva sempre usare uno stormo di diavoletti per compilare e sostenere una sorta di censimento di atomi e molecole, con grande spreco di lavoro computer, senza comunque centrare il punto. E intanto, incurante, l'Autoverso sarebbe andato avanti.

Maria agganciò la visione alla molecola di mutosio, poi riavviò il tempo, e tutto divenne sfumato e traslucido, tranne l'unico anello esagonale. La molecola in sé era appena disturbata, visto che le attuali convenzioni di rappresentazione rendevano ben visibili le posizioni medie degli atomi, con le deviazioni dovute alle vibrazioni di legame appena suggerite da sbiadite strisce spettrali.

Maria zummò fino a quando la molecola riempì tutto lo spazio. Non sapeva cosa si aspettava di trovare: un'epimerasi mutante riuscita che si legava di colpo all'anello per riportare in posizione orizzontale l'aberrante chiodo rosso-blu? A parte le questioni di probabilità, sarebbe finito ancor prima di accorgersi che era cominciato. Quella parte era facile da sistemare: diede istruzioni al Diavoletto di Maxwell di tenere aperta una memoria ausiliaria di qualche milione di scatti della storia della molecola, e di riproporla a velocità fruibile nel caso di un cambiamento strutturale.

Incastonato in un organismo "vivente", l'anello del mutosio sembrava equivalente allo stesso prototipo che aveva maneggiato pochi minuti prima: palle di biliardo rosse, verdi e blu, collegate da bastoncelli bianchi. Sarebbe sembrato un insulto persino a un batterio ritrovarsi composto da molecole tanto fumettistiche. Il programma di visualizzazione stava ispezionando costantemente quella piccola regione dell'Autoverso, identificando i motivi ricorrenti che costituivano gli atomi, controllando le loro sovrapposizioni per stabilire quale fosse legato a quale altro, per poi mostrare un'immagine stilizzata e nitida delle sue conclusioni. Allo stesso modo delle regole di manipolazione che prendevano per oro colato questa rappresentazione, una finzione utile, certo, ma…

Maria rallentò l'orologio dell'Autoverso di un fattore di dieci miliardi, poi aprì il menu di visione premendo il pulsante contrassegnato come Naturale. L'ordinato gruppo di sfere e tubi si fuse in una corona dentata di metallo liquido in movimento e policromo, con masse di colore distaccatesi dai vertici per collidere, mischiarsi, rifluire, e sbuffi che lambivano lo spazio.

Rallentò un altro centinaio di volte, quasi bloccando quel tumulto, poi zummò di altrettanto. Adesso erano visibili le singole cellule cubiche costituenti l'Autoverso, che cambiavano di stato circa una volta

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al secondo. Lo "stato" di una cellula, un numero intero tra 0 e 255, veniva ricalcolato a ogni ciclo dell'orologio, secondo una serie di regole semplicissime applicate al suo stato precedente e agli stati delle cellule più vicine nella griglia tridimensionale. L'automa cellulare dell'Autoverso non faceva altro che applicare uniformemente queste regole per ogni cellula, dal momento che erano proprio queste le sue "leggi fisiche" fondamentali. Qui non occorreva lottare contro equazioni spaventose di meccanica quantistica, ma solo con una manciata di ordinarie operazioni aritmetiche eseguite su integrali. Eppure, le leggi relativamente grossolane dell'Autoverso riuscivano ancora a far crescere "atomi e molecole" dotati di una chimica abbastanza ricca da permettere la vita.

Maria seguì il destino di un grappolo di cellule dorate che si diffondevano nel reticolo (per definizione, le cellule non si muovono ma è la struttura ad avanzare), infiltrandosi e conquistando la regione di un blu metallico, per poi essere invase e mangiate da un'ondata magenta.

Se l'Autoverso possedeva un aspetto "vero", allora era questo. La tavolozza che assegnava un colore a ogni stato era comunque "falsa", ancora del tutto arbitraria, ma questa visione almeno rivelava la complicata partita a scacchi che sottendeva tutto quanto.

Tutto eccetto l'hardware, il computer vero e proprio.

Maria invertì al tempo standard, e a una visione macroscopica dei ventun terreni di coltura, proprio mentre compariva in primo piano un messaggio:

Jsn la informa con rincrescimento che le sue risorse sono state trasferite a un miglior offerente. Un'istantanea del suo lavoro è stata depositata in archivio, e le sarà resa disponibile al prossimo collegamento. Grazie per aver utilizzato le nostre strutture.

Maria rimase immobile, imprecando con rabbia per mezzo minuto, poi si nascose il viso tra le mani. Non si sarebbe dovuta collegare. Era folle buttare via tutti i suoi soldi nei giochetti con un A. lamberti mutante, eppure non poteva farne a meno. L'Autoverso l'aveva incantata, ipnotizzata, al punto da essersi assuefatta.

Chiunque fosse stato, a scaraventarla fuori dalla rete, le aveva fatto un favore, e, anzi, le aveva persino restituito la tassa d'accesso di cinquanta dollari, visto che era stata sbattuta fuori e non soltanto rallentata a passo di lumaca.

Curiosa di scoprire l'identità del suo inconsapevole benefattore, si attaccò direttamente alla Borsa Qips, il mercato in cui si comprava e si vendeva potenza di elaborazione dati. Il suo collegamento col Jsn era passato attraverso la Borsa, in modo trasparente: il suo terminale era programmato per fare offerte automatiche al tasso di mercato, fino a un certo tetto. Però, contemporaneamente, un gruppo denominato Operazione farfalla stava rastrellando Qips - quadrilioni di istruzioni al secondo - a seicento volte quel tetto, accaparrandosi la totalità di potenza di elaborazione offerta su tutto il pianeta.

Maria rimase esterrefatta, non aveva mai visto una cosa del genere. Il diagramma degli acquirenti, di norma un caleidoscopio composto da migliaia di fette sottili come aghi, appariva, invece, come un massiccio disco blu, stolido. Gli aerei, di sicuro, non sarebbero caduti dal cielo, il commercio non si sarebbe fermato… ma decine di migliaia di accademici e di ricercatori industriali si affidavano giornalmente alla Borsa per i lavori per cui non valeva la pena di possedere in sede la potenza necessaria. Per non pensare a qualche migliaio di Copie. Quella situazione, creata da un utente che estrometteva tutti gli altri con la forza di una maggiore offerta, era senza precedenti. Chi mai poteva aver bisogno di tanta potenza di calcolo? Multinazionali, grandi centri di ricerca, esercito? Tutti possedevano il proprio hardware privato, di solito persino eccessivo per le loro esigenze. Se mai facevano scambi, era solo per vendere quanto avevano in eccesso.

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per cercare dei servizi in cui fosse menzionato quel nome. Il più recente risaliva a tre mesi prima:

Kuala Lumpur - Lunedì, 8 agosto 2050: Oggi, un vertice dei ministri per l'Ambiente dell'Asean, l'associazione delle nazioni del Sudest asiatico, ha deciso di passare all'ultimo stadio dell'Operazione farfalla, un progetto assai discusso volto a limitare i danni e le perdite di vite causate dai tifoni Serra nella regione.

Lo scopo a lunga gittata di questo progetto consiste nell'utilizzo del cosiddetto "Effetto farfalla" per deviare i tifoni dalle aree popolose più vulnerabili, e per prevenire direttamente la loro formazione.

Maria disse: "Definire 'Effetto farfalla'". Davanti al resoconto informativo si aprì una seconda finestra: Effetto farfalla: Questo termine è stato coniato dal meteorologo Edward Lorenz alla fine degli anni Settanta del Ventesimo secolo, per evidenziare l'inutilità dei tentativi di formulare previsioni meteorologiche a lungo termine. Lorenz sottolineò che i sistemi meteorologici erano tanto sensibili alle loro condizioni iniziali, che il battito di ali di una farfalla in Brasile poteva essere sufficiente a scatenare un tornado in Texas un mese più tardi. Nessun modello informatico era in grado di includere dettagli tanto infinitesimali, perciò ogni tentativo di prevedere le condizioni del tempo con un anticipo superiore a pochi giorni era destinato allo scacco.

Comunque, sul finire del XX secolo, il termine iniziò a perdere le sue originarie connotazioni negative. Alcuni ricercatori scoprirono che, per quanto gli effetti di piccoli influssi casuali rendessero imprevedibile un sistema caotico, in certe condizioni la stessa sensibilità poteva essere scientemente sfruttata per deviare il sistema in una direzione data. Lo stesso tipo di processi che amplificava il battito delle ali di una farfalla, fino a provocare un tornado, poteva anche moltiplicare gli effetti dell'intervento sistematico, permettendo un certo grado di controllo sproporzionato all'energia spesa.

Oggi l'Effetto farfalla è riferito di solito al principio del controllo di un sistema caotico, mediante un potenziale minimo di forza ottenuto con la conoscenza dettagliata della sua dinamica. Questa tecnica è stata applicata a un gran numero di campi, compresi l'ingegneria chimica, le operazioni di Borsa, il volo automatico e il ventilato sistema di controllo meteo dell'Asean, l'Operazione farfalla.

C'era dell'altro, ma Maria si soffermò su quell'articolo.

I meteorologi prevedono di installare nelle acque tropicali del Pacifico occidentale e del Mare della Cina del Sud una rete di centinaia di migliaia di strumenti controllo meteo, macchinari a energia solare progettati per alterare la temperatura locale pompando l'acqua tra le differenti profondità. I modelli teorici suggeriscono che un numero di strumenti sufficiente, sotto il controllo di un sistema informatico sofisticato, potrebbe essere utilizzato per influenzare modelli di clima su larga scala, "spingendoli" verso gli esiti meno dannosi tra i tanti possibili infine equilibrio tra di loro.

Otto differenti prototipi sono stati testati in mare aperto, ma è necessario ultimare uno studio approfondito di fattibilità prima che gli ingegneri possano selezionare un progetto per la produzione di massa. Nell'arco di tre anni, ogni tifone di potenziale pericolo verrà analizzato tramite un modello informatico alla massima risoluzione possibile, e gli effetti, dei diversi modelli

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