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5 3 Practical limitations: confidence in the operational profile

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Caro al poeta, “I mari del sud” representa el primer éxito, tras nume- rosos versos anteriores, menos logrados, que Pavese hacía leer a Ma- rio Sturani. Todos han sido recogidos y comentados por el fiel Lajo- lo en Il vizio assurdo. Lo nuevo es la madurez de concepción. Ante la posibilidad, o de componer un solo poema de gran aliento, dotado pretendidamente “di un qualche concetto grande o piccolo, per sua natura astratto, esoterico magari”19 (para corresponder a la noción

en boga de “cancionero”, a lo Fleurs du mal, o Leaves of Grass, y

18 La realidad es que no siempre a cada mito corresponde un rito. Pero la inter-

pretación que ofrezco es válida para el mundo pavesiano, en el que los ritos no fueron un tema tan examinado por él.

19 Vid. “Il mestiere di poeta (a propsito di Lavorare stanca)”, en la edición

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en Italia a lo Alcyone); o de escribir “un racconto o poema dove il passaggio fantástico e concettuale […] è dato proprio dall’elemento narrativo, dalla consapevolezza [...] di un’unità ideale insieme e ma- teriale che raccoglie i diversi momenti di un’esperienza”;20 el poeta

renunció a construir un gran poema yuxtaponiendo simplemente las varias unidades . Le basta, afirma, “che [...] nel suo giro breve ciascu- na poesia riesca una costruzione a sé stante”. Así concibe la identidad poesia-racconto que, técnicamente, justifica “tutti i tentativi compresi in questo libro” .

Formado el concepto, le importaba “un’espressione essenziale di fatti essenziali”. Mas no la esencialidad de la “astrazione intro- spettiva” del hermetismo. Dicha esencialidad le parece libresca.21

Lo esencial en Pavese tiene que ver no sólo con una forma diferente a la de los herméticos y D’annunzio; sino con la renovada expresión de la vida, misma que debe palpitar en los textos. Leyendo poesía, se habituó a ver los diversos estilos, o mejor, “ogni specie di lingua letteraria come un corpo cristallizzato e morto, in cui soltanto a col- pi di trasposizioni e d’innesti dall’uso parlato, tecnico e dialettale si può nuovamente far correre il sangue e vivere la vita”.22 Por ende,

injertos de habla, tecnicismos y dialectalismos, para convertir en algo vivo la lengua literaria. De allí las escenas palpitantes de vida del poema considerado, y las imágenes, siempre cercanas a la reali- dad, si bien a una realidad autre (mitizada), dotada de una vibración (gracias al ritmo, fuerza inconsciente, consustancial a las imáge- nes, en indisoluble unidad con ellas) que toca las fibras del alma y no se detiene en los oídos del lector o del escucha; de modo que Pavese estaba creando, acaso haciéndose eco de tantas sugestiones decadentistas, una poesía moderna, en tanto que enraizada en los mitos de la infancia y en un consciente rescate de lo irracional. Una poesía, no obstante, en la que la “sobrietà stilistica” impide que el entramado realista asfixie el elemento imaginario, simbólico; y que éste, a su vez, se aleje despavorido de sus raíces en el mundo.

Empero, las reflexiones y descubrimientos de Pavese no se quedan sólo en el campo de la renovación de los códigos lingüís-

20 Ibid., p. 158. De esta misma página todos los fragmentos citados a continuación. 21 Quizá sean válidas las afirmaciones de Pavese para el hermetismo di manie-

ra de Quasimodo. Mientras que Ungaretti, Montale, Luzi, por sólo mencionar a los

más importantes, lograron encontrarse a sí mismos como poetas, tanto dentro como fuera de su fase hermética.

22 C. Pavese, op. cit., p. 161, así como los fragmentos que se citan a continua-

tico-formales de la poesía: alcanzan lo social e histórico. El poeta se percataba, en los años de composición de Lavorare stanca, de que “condizione di ogni slancio di poesía, […] è sempre un attento riferimento alle esigenze etiche, e naturalmente anche pratiche, del ambiente che si vive”. A él, quien decía “io sí che so” (que en pia- montés significa “no sé nada”) de política, le tocó ir al exilio por no delatar a la mujer comunista (la tristemente célebre “donna dalla voce rauca”) que fue el verdadero y más grande amor de su vida. Sufrió la injusticia del régimen y la ingratitud humana. A cambio, nos legó una obra que aún conmueve a quienes lo amamos. A cam- bio, le recordó a la Italia de su tiempo la importancia de los mitos verdaderos, en un momento en que comenzó el culto aberrante de los falsos mitos, que ahora nos ahogan. Y no sabiendo ya vivir en la Tierra, se privó de la vida en un hotel de Turín en agosto de 1950. Desde entonces “Vestito di bianco, / con le mani alla schiena e il volto abbronzato”, recorre sus colinas, taciturno.

i maRideLsud

Camminiamo una sera sul fianco di un colle, in silenzio. Nell’ombra del tardo crepuscolo mio cugino è un gigante vestito di bianco, che si muove pacato, abbronzato nel volto, taciturno. Tacere è la nostra virtù.

Qualche nostro antenato dev’essere stato ben solo –un grand’uomo tra idioti o un povero folle– per insegnare ai suoi tanto silenzio.

Mio cugino ha parlato stasera. Mi ha chiesto se salivo con lui: dalla vetta si scorge nelle notti serene il riflesso del faro lontano, di Torino. “Tu che abiti a Torino...” mi ha detto “...ma hai ragione. La vita va vissuta lontano dal paese: si profitta e si gode

e poi, quando si torna, come me a quarant’anni, si trova tutto nuovo. Le Langhe non si perdono”. Tutto questo mi ha detto e non parla italiano, ma adopera lento il dialetto, che, come le pietre di questo stesso colle, è scabro tanto

che vent’anni di idiomi e di oceani diversi non gliel’hanno scalfito. E cammina per l’erta con lo sguardo raccolto che ho visto, bambino, usare ai contadini un poco stanchi.

Vent’anni è stato in giro per il mondo.

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e lo dissero morto. Sentii poi parlarne da donne, come in favola, talvolta; uomini, più gravi, lo scordarono.

Un inverno a mio padre già morto arrivò un cartoncino con un gran francobollo verdastro di navi in un porto e auguri di buona vendemmia. Fu un grande stupore, ma il bambino cresciuto spiegò avidamente che il biglietto veniva da un’isola detta Tasmania circondata da un mare più azzurro, feroce di squali, nel Pacifico, a sud dell’Australia. E aggiunse che certo il cugino pescava le perle. E staccò il francobollo. Tutti diedero un loro parere, ma tutti conclusero che, se non era morto, morirebbe.

Poi scordarono tutti e passò molto tempo. Oh da quando ho giocato ai pirati malesi, quanto tempo è trascorso. E dall’ultima volta che son sceso a bagnarmi in un punto mortale e ho inseguito un compagno di giochi su un albero spaccandone i bei rami e ho rotta la testa

a un rivale e son stato picchiato,

quanta vita è trascorsa. Altri giorni, altri giochi, altri squassi del sangue dinanzi a rivali più elusivi: i pensieri ed i sogni. La città mi ha insegnato infinite paure: una folla, una strada mi han fatto tremare, un pensiero talvolta, spiato su un viso. Sento ancora negli occhi la luce beffarda dei lampioni a migliaia sul gran scalpiccìo. Mio cugino è tornato, finita la guerra, gigantesco, tra i pochi. E aveva denaro.

I parenti dicevano piano: “Fra un anno, a dir molto, se li è mangiati tutti e torna in giro.

I disperati muoiono cosi “.

Mio cugino ha una faccia recisa. Comprò un pianterreno nel paese e ci fece riuscire un garage di cemento con dinanzi fiammante la pila per dar la benzina e sul ponte hen grossa alla curva una targa-réclame. Poi ci mise un meccanico dentro a ricevere i soldi e lui girò tutte le Langhe fumando.

S’era intanto sposato, in paese. Pigliò una ragazza esile e bionda come le straniere

che aveva certo un giorno incontrato nel mondo. Ma usci ancora da solo. Vestito di bianco, con le mani alla schiena e il volto abbronzato, al mattino batteva le fiere e con aria sorniona

contrattava i cavalli. Spiegò poi a me, quando fallì il disegno, che il suo piano era stato di togliere tutte le bestie alla valle e obbligare la gente a comprargli i motori. “Ma la bestia” diceva “più grossa di tutte, sono stato io a pensarlo. Dovevo sapere che qui buoi e persone son tutta una razza”. Camminiamo da più di mezz’ora. La vetta è vicina, sempre aumenta d’intorno il frusciare e il fischiare del ven- to.

Mio cugino si ferma d’un tratto e si volge: “Quest’anno scrivo sul manifesto: –Santo Stefano

è sempre stato il primo nelle feste della valle del Belbo –e che la dicano quei di Canelli”. Poi riprende l’erta.

Un profumo di terra e di vento ci avvolge nel buio, qualche lume in distanza: cascine, automobili che si sentono appena; e io penso alla forza che mi ha reso quest’uomo, strappandolo al mare, alle terre lontane, al silenzio che dura.

Mio cugino non parla dei viaggi compiuti.

Dice asciutto che è stato in quel luogo e in quell’altro e pensa ai suoi motori.

Solo un sogno

gli è rimasto nel sangue: ha incrociato una volta, da fuochista su un legno olandese da pesca, il cetaceo, e ha veduto volare i ramponi pesanti nel sole, ha veduto fuggire balene tra schiume di sangue e inseguirle e innalzarsi le code e lottare alla lancia. Me ne accenna talvolta.

Ma quando gli dico

ch’egli è tra i fortunati che han visto l’aurora sulle isole più belle della terra,

al ricordo sorride e risponde che il sole si levava che il giorno era vecchio per loro.

Bibliografía

eLiade, Mircea, El chamanismo y las técnicas arcaicas del éxtasis,

trad. Ernestina de Champourcin. México, FCE, 1960.

LayoLo, Davide, Il vizio assurdo. Storia di Cesare Pavese. Torino,

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mengaLdo, Pier Vincenzo ed., Poeti italiani del Novecento. Milano,

Mondadori, 1983.

pavese, Cesare, Poesie. Lavorare stanca. Verrà la morte e avrà i tuoi

occhi, ed. e introd. de Roberto Contini. Milano, Mondadori, 1961.

pavese, Cesare, Lettere 1926-1950, ed. de Lorenzo Mondo e Italo

Calvino. Torino, Einaudi, 1976.

pavese, Cesare, Il mestiere di vivere. (Diario 1935-1950), ed. de

Marziano Guglielminetti y Laura Nay. Torino, Einaudi, 1990. uRibe, María de la Luz, Pavese. Barcelona, Barcanova, 1982.

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maRa donat

Universidad Nacional Autónoma de México La poesía contemporánea se hace metapoesía y metalenguaje. An- drea Zanzotto participa en esta búsqueda de los orígenes del proceso creativo con autonomía y profundidad. Se preocupa por encontrar un lenguaje auténtico, rompiendo el lenguaje del habla cotidiana, del mundo telemático moderno y de la tradición literaria, aun dentro de ella. Sin embargo, no participa en la militancia de los grupos de la “Vanguardia histórica” y la Neoavanguardia italiana. Eso no significa que el poeta no reconozca el aporte de tales movimientos literarios en la investigación sobre el lenguaje, pero no comparte con ellos (sobre todo con la Neoavanguardia) el furor desacraliza- dor de sus poéticas, que lleva la poesía al silencio total, sin futuro. Es un silencio muy distinto el de Zanzotto, quien sigue creyendo en la palabra a pesar de la imposibilidad de la poesía.1 En la obra de

Zanzotto, la ruptura está acompañada por el respeto a la conven- cionalidad de la poesía, pues el poeta ve en la experiencia de los Novissimi sólo la creación de otra convención que, con oponerse, crea otra ley. Zanzotto no se contenta con esto y se adentra total- mente en el lenguaje, en el mismo lenguaje literario, para socavarlo y reinventarlo. Comparte con los Novissimi la forma asintáctica de la poesía, pero siempre con el proyecto de crear una nueva sintaxis, confirmada como convención, por medio de la ruptura.2

El discurso poético de Andrea Zanzotto se hace profundamen- te revolucionario en su ansia de autenticidad y verdad, contra la falsedad de la historia humana presente en el habla. El lenguaje es

1 Véase Andrea Zanzotto, “Poesia? Prospezioni e consuntivi”, Le poesie e le

prose scelte, a cura di Stefano Dal Bianco e Gian Mario Villalta, p. 1203. Y también

la antología traducida por Ernesto Hernández Busto, Del paisaje al idioma. Se ha publicado en México otra antología traducida por mí para la editorial Ediciones Sin Nombre (2010).

2 Véase Andrea Zanzotto, “I Novissimi, prospezioni e consuntivi”, ibid., pp.

1107-1113. La desconfianza en el grupo y la insatisfacción con el lenguaje poético de la Neoavanguardia está expresada con cierto ardor crítico en “Parole, comportamen- ti, gruppi” y en “Prospezioni e consuntivi”, ibid., pp. 1191-1199.

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el centro de su poética, punto de partida y vuelta a la verdad, a los orígenes. Fernando Bandini puntualiza cómo en Zanzotto tal revo- lución permanece en el ámbito de un sentido sagrado y religioso de la poesía; viene de una crisis humana, poética e histórica: nace del tormento y del sufrimiento.3

El poeta atraviesa el lenguaje, diacrónica y sincrónicamente, considerando el plurilingüismo como una opción necesaria en el ca- mino hacia los orígenes del ser y de la lengua. Diferentes idiomas europeos (junto con el latín y el griego) completan el mapa idio- mático del viaje simbólico, pero es sobre todo el dialecto véneto la garantía de la vuelta al principio. Es para Zanzotto la lengua mater en sumo grado, relacionada a su vez con el habla del infante en una babel que se une a un babil, el tartamudeo infantil que es casi una palabra corporal.4 Todos los niveles del lenguaje están experimenta-

dos por el poeta en su experiencia creativa, como él mismo resalta:

Ecco che tutti questi livelli del dire e delle lingue, nella poesia vengono mobilitati: anche quando si crede di scrivere una po- esiola tranquillissima, in realtà si mettono in gioco tutti questi livelli, e forse si toccano paradossalmente degli stati di para- dossa universalità, attraverso il poco e il meno, mentre nell’uso veicolare ciò non si verifica affatto.5

La utopía de Andrea Zanzotto es entonces la creación de ese lenguaje nuevo, verdadero. Critica con vigor el particularismo de los idiomas nacionales, medios de poder y represión empleados por la mentalidad imperialista de toda “patria”, lo que sigue obstaculi- zando una verdadera comunicación entre las diferentes culturas que coexisten dentro de una misma nación. Las diferencias enriquecen cada “patria”, junto con las expresiones jergales y dialectales que se rebelan a la imposición de una lengua standard para toda una nación. Solamente una relación entre personas en el respeto de las diferencias permitiría un lenguaje verdadero, una comunicación sin barreras, en la que cada idioma mantendría su naturaleza intraducible y, por eso mismo, sería capaz de comunicar en un sentido universal.6 Eso sería

3 Fernando Bandini, “Zanzotto dalla Heimat al mondo”, ibid., pp. LXIV; LXXIX;

LXXVI; LXXX.

4 Véase Niva Lorenzini, “Poesia fisica. Il corpo paesaggio: Zanzotto”, La

poesia italiana del Novecento, pp. 150-156.

5 A. Zanzotto, “Europa, melograno di lingue. Prospezioni e consuntivi”, op.

cit., p. 1362.

posible por medio de una “lengua pentecostal” que, aunque preserve las diferencias lingüísticas locales, supere el mutismo de las barreras nacionales y la ilusión de adoptar una lingua franca hegemónica (por ejemplo el inglés, idioma del dominio y de la masificación por exce- lencia) como medio de comunicación.7 Zanzotto afirma que contra

este sistema de poder, ejercido por medio de la misma lengua, los diferentes idiomas –los dialectales incluidos– persisten: “Ma al lato opposto, il baluginio delle mille favelle persiste, si fa persino piú feb- brile. Baluginii, specie per i dialetti, in limine. Destinati, comunque, a fondare la metafora del senza-inizio e del senza-fine.”8

Para Zanzotto, el dialecto toca la lengua en su total profundi- dad porque está libre de las rígidas leyes lexicales y morfosintác- ticas que caracterizan la lengua standard de una nación. Según las reflexiones del poeta, el dialecto nos lleva a la fuente de la lengua: no se sabe de dónde viene, y está relacionado con los impulsos tanto biológicos como cósmicos del ser, en una oralidad que evita el lo- gos, manteniéndose humildemente infante:

Il dialetto è sentito come veniente di là dove non è scrittura (quella che ha solo migliaia di anni) né “grammatica”: luogo, allora, di un logos che resta sempre erchómenos, che mai si raggela in un taglio di evento, che rimane “quasi” infante pur nel suo dirsi, che è lontano da ogni trono. Riversato entro la terra, connesso/sconnes- so in tale “umiltà”, questo logos parla attraverso le mille bocche degli “umili” e comunque nei milioni di “errori”, di vagabondaggi individuali, misteriosissimi ribelli, in cui si consumano i canoni di ieri e di oggi, si celano quelli di domani: ma solo per essere, in qualche modo, comicizzati in partenza.9

En este sentido el dialecto permite la expresión de realidades repri- midas, proyectando la prehistoria, lo prehumano, lo subconsciente, hacia un futuro renacido.10 Filó y los poemas de la sección Mistieròi

en Idioma ofrecen una prueba concreta de esta búsqueda lingüística. El dialecto es también el habla infantil en grado sumo, por estar

7 El poeta imagina nada menos que la posibilidad de una comunicación pente-

costal en el futuro, gracias a chips capaces de elaborar informaciones procedentes de

logos y neuma. Véase su “Tra lingue minime e massime. Prospezioni e consuntivi”, ibid., p. 1308.

8 Ibid., p. 1304. 9 Ibid., pp. 1305-1306.

10 Cfr. Ibid., p. 1308. Una reflexión sobre la relación entre lengua standard y

dialecto se encuentra también en “Lingua e dialetto. Prospezioni e consuntivi”, ibid., pp. 1100-1103; de particular interés es la percepción del dialecto como convención de idioma, tanto como la lengua standard, sobre todo en la escritura.

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profundamente relacionado con la tierra, más allá de la gramática. Al ser oralidad, el dialecto viene directamente de la madre, como mater, materia y energía. Así es como el dialecto se enlaza con el sentido de la infancia, en su calidad de fuente del lenguaje y de la palabra poética.

Si el habla está enlazada con la infancia, con la madre, con el principio de la vida, la palabra poética –en consecuencia– se vuelve lúdica. El habla del infante parece ser una serie de trinos y juegos fónicos que constituyen al individuo, progresivamente, de los tarta- mudeos a las sílabas, y de ahí hasta las cantinelas, primeras tenta- tivas de poesía, de expresión. El significado se forma por medio de tales pruebas lúdicas que componen la memoría del ser y liberan el movimiento psicofísico del infante en expresión verbal. Igualmente, el juego es fundamental en el proceso de la creación poética y en la búsqueda de palabras expresivas y auténticas, de manera que en Zanzotto el aspecto lúdico del crecimiento psicofísico del indivi- duo se completa con el ludus de la poesía, de la creación, según el principio del placer.11 El poeta afirma que la poesía está en las raíces

del ser, participando en su formación como experiencia de lenguaje, definiendo su historia y potencial:

La poesia dunque –o almeno uno dei suoi piú immediati modi di apparire– permane alla radice del mondo umano, sia nella fi- logenesi che nell’ontogenesi culturale, se cosí si può dire. E ciò avviene anche per il semplice fatto che nella funzione poetica il linguaggio, prendendo “gioia” e “coscienza” del proprio stesso esistere, ridà tutta la sua storia, riassume tutte le sue potenziali- tà, riattiva o ripresenta in nuce tutte le altre sue funzioni e infi- ne, se si vuole, esplicita la sua natura di fondamento strutturale

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